lunedì 27 giugno 2016

Mutuo sulla casa coniugale: chi lo paga in caso di separazione?


Il contratto di mutuo resta vincolante per i coniugi anche in caso di separazione: ecco delle soluzioni per la coppia che decide di separarsi con un mutuo sulle spalle riguardo la casa familiare.


Fin quando c’è amore quello che è di uno è anche dell’altro ed è anche spontaneo sobbarcarsi i costi relativi ai beni del proprio coniuge, specie quando questi è la donna e contribuisce, col lavoro casalingo, alla gestione familiare. Accade, per esempio, che la casa coniugale sia di proprietà di uno solo dei coniugi, ma che il mutuo sia intestato ad entrambi o solo dal coniuge che non è proprietario. Potrebbe viceversa succedere che la casa sia cointestata ad entrambi i coniugi, ma il mutuo venga pagato solo da uno dei due.

Il problema si pone quindi in caso di separazione: chi fra i coniugi deve sostenere le spese fino ad allora condivise?
In particolare chi si è obbligato al pagamento delle relative rate vorrebbe, com'è comprensibile, essere liberato da tale obbligo, sia per la mancanza di un titolo di proprietà, sia perché non può più usufruire del bene assegnato all'altro coniuge.
Non si tratta, ovviamente, di un’operazione così automatica.

Il mutuo, infatti, è un contratto autonomo rispetto alle questioni economiche che riguardano la crisi coniugale. Ciò significa che non è la condizione di “separato” a incidere sull'obbligo del pagamento del mutuo. Il giudice non può entrare, nell'ambito di questo giudizio, nelle condizioni contrattuali stipulate da uno o entrambi i coniugi con la banca.

Si pensi, per esempio, a un genitore che acquista un appartamento, intestandolo al figlio, ma obbligandosi in prima persona con la banca nel pagamento del mutuo. Di certo all'istituto di credito non interesserà che, tra padre e figlio, si sia rovinato il rapporto e che, di conseguenza, il genitore non intenda più proseguire nel pagamento del mutuo, ma interesserà solo la “solvibilità” di chi si è impegnato alla restituzione del prestito.

Con la separazione avviene più o meno qualcosa di simile: a prescindere dalla scelta di separarsi, da chi rimanga ad abitare nella casa familiare o da chi ne sia l’effettivo proprietario, le condizioni contrattuali negoziate nel contratto di mutuo resteranno invariate.

Ciò non significa, tuttavia, che il giudice non possa tenere conto, nell'ambito di un giudizio di separazione, di questa importante spesa o che i coniugi non possano trovare un accordo che riesca a contemperare le esigenze di ciascuno.

Vediamo, allora, come può incidere un provvedimento del tribunale in questi casi.
Nel corso di un giudizio di separazione il giudice è tenuto a decidere in merito:
– all'affidamento e al mantenimento dei figli minori o maggiorenni non economicamente autonomi;
– all'assegnazione della casa coniugale;
– al diritto al mantenimento del coniuge economicamente più debole.

Per provvedere sulle questioni economiche, il giudice deve conoscere le capacità di reddito delle parti, non solo con riferimento alle “entrate”, ma anche di quelli che sono gli effettivi esborsi (tasse, bollette, finanziamenti, spese alimentari, eccetera) anche presumibili di ciascuno (ad esempio i costi per il nuovo alloggio del coniuge che andrà via da casa).
Anche l’onere del mutuo, perciò, è un costo di cui è importante che il magistrato tenga conto al pari di tutte le altre spese.

Pertanto, ove sia fatto rilevare, ad esempio, che il mutuo sulla casa coniugale grava per intero sul marito, quando invece la casa coniugale sia assegnata al coniuge, il magistrato può legittimamente prevedere una riduzione dell’assegno di mantenimento in favore della moglie. In questo caso, infatti, viene a crearsi una sproporzione economica tra le capacità reddituali delle parti che il giudice dovrà considerare nella determinazione dell’assegno. Il giudice, tuttavia, potrà anche imporre a carico di un genitore, come modalità di adempimento dell’obbligo di contribuzione al mantenimento dei figli, il pagamento delle rate di mutuo gravante sulla casa familiare, trattandosi non solo di una voce di spesa determinata, ma anche strumentale alle esigenze cui il mantenimento è finalizzato.

Attenzione perciò ad evidenziare al giudice quali spese incidono sui redditi dichiarati da ciascuno, in quanto il magistrato, pur non entrando nelle condizioni contrattuali stipulate con la banca, potrà tenerne conto nella determinazione di quanto dovuto a titolo di mantenimento.

Questa circostanza potrà essere fatta presente già alla prima udienza di separazione (cosiddetta presidenziale) perché in quella sede vengono emessi degli importanti provvedimenti, anche di natura economica (cosiddetti temporanei e urgenti) che durano, solitamente, diversi anni, ossia fino alla sentenza definitiva di separazione. In caso contrario la domanda potrà essere oggetto del successivo giudizio di merito.

Nel caso, invece, di separazione consensuale (non si intraprende, cioè, un giudizio vero e proprio), i coniugi sono come due normali soggetti che hanno stipulato un contratto con la banca e come tali, se d’accordo, possono decidere di variarlo. Tale accordo può entrare a far parte del ricorso per la separazione e, perciò, essere solo omologato dal giudice.

In tale ipotesi, le soluzioni possibili sono tre.
1) Nonostante la separazione, i coniugi possono decidere di lasciare cointestato il mutuo: rimangono entrambi obbligati nei confronti della banca che, in caso di mancato pagamento da parte di uno dei due, può aggredire (con un pignoramento) i loro beni (si parla in tal caso di obbligazione in solido).
Stesso accordo può prevedersi nel caso in cui il mutuo sia intestato ad uno solo (ad esempio chi andrà via da casa): in tal caso la decisione di proseguire nel pagamento del mutuo può essere considerata una forma di contributo al mantenimento del coniuge e/o dei figli che continueranno ad abitare la casa familiare.

2) I coniugi possono decidere di vendere l’immobile, estinguere il mutuo su di esso gravante e dividere i proventi della vendita in proporzione alle rispettive quote di proprietà: questo è senz'altro più agevole se non vi sono figli minori o nel caso in cui, pur essendoci, ci sia la possibilità di abitare altrove (ad esempio, in un immobile di proprietà dei nonni).

3) Infine i coniugi possono accordarsi (rinegoziando le condizioni con l’istituto di credito) per l’uscita di uno dei due dal contratto di mutuo, sempre che la banca acconsenta (ritenendo sufficientemente affidabile la parte rimasta): in tale ipotesi le parti potranno anche prevedere che siano rimborsate al coniuge uscente (che vende la propria quota all'altro) la metà delle rate già corrisposte.
Tuttavia, tale rimborso può essere anche regolato in maniera differente: ad esempio, prevedendo la cessione di un altro bene in proprietà (una casa al mare, la quota di una multiproprietà) in sostituzione delle rate da rimborsare oppure attraverso una riduzione dell’assegno di mantenimento che, in caso contrario, dovrebbe essere versato.

In caso di separazione, se i coniugi non riescono a trovare un accordo su chi dei due debba pagare il mutuo sulla casa familiare, il giudice può imporre a uno di loro tale obbligo, considerandolo una modalità di adempimento del mantenimento del coniuge o dei figli, oppure può stabilire in favore di chi già paga il mutuo, una riduzione dell’assegno di mantenimento dovuto all'ex. In caso di separazione consensuale, invece, egli dovrà solo omologare gli accordi intervenuti tra le parti, sempre che non siano contrari all'interesse della prole.